Newsletter n.15/2012 – 25 Aprile: la parola alla comunità ebraica mantovana
di Emanuele Colorni
Il 25 aprile coincide quest’anno con un momento, per la città di Mantova e per il Paese, in cui il dibattito su memoria e storia del Fascismo e del Movimento Partigiano paiono più che mai configgere: è un momento in cui termini come ‘rimozione’ e ‘riconciliazione’ sembrano pericolosamente sovrapporsi. Per questo ci paiono importanti e preziose le pacate e ferme parole che il presidente della Comunità Ebraica ha pronunciato ieri in Sinagoga, alla presenza delle Autorità.
A nome della Comunità ebraica di Mantova, che ho l’onore di presiedere e qui rappresentare, do lettura di un’ode che inneggia al Signore e lo ringrazia per avere a noi tutti permesso d’arrivare a giorni di libertà dopo i drammi di una sanguinosa guerra. In ricordo di tutti i caduti in guerra e di tutte le vittime della “grande catastrofe”, la Shoà, do ora lettura dei nomi delle 99 persone ebree, uomini, donne, bambini, che sono state deportate nei campi di Auschwitz, Mauthausen, Ravensbruck, Bergen-Belsen, Flossemburg. [viene data lettura dell’ode e dei nomi dei deportati e delle deportate, ndr] Un primo nucleo di 79 persone erano mantovane. Un secondo gruppo di 20 era costituito da ebrei originari da altre località ma ospitate a Mantova nella Casa di riposo. Nel merito spiace constatare che gli artefici di 94 catture furono italiani e raramente in collaborazione con i tedeschi. Tutta la Comunità ebraica mantovana non può e non vuole dimenticare queste delazioni, anche se i fatti si allontanano nel tempo, e oggi non vorrebbe più sentir parlare di chi allora è stato causa di tanti lutti, specialmente se ciò avviene in sedi dedicate alla memoria di ebrei deportati. Dalla Casa di riposo di via Govi, il 5 aprile 1944, furono deportati 42 ebrei tra i quali Luisa Levi; se ne salverà soltanto uno. Nella “Lapide della memoria”, posta all’ingresso del Comune, si leggono 65 nomi ma l’elenco è incompleto; in particolare desidero ricordare il nome aggiunto in fondo alla lapide: è quello di Franco Cesana, il più giovane partigiano d’Italia che, staffetta nelle brigate partigiane, cadde non ancora quattordicenne sull’Appennino modenese.